Secondo racconto

la situazione a febbraio del 2011
la situazione a febbraio del 2011
  • la situazione a febbraio del 2011
  • era così
  • Luglio 2011 si riprende il cantiere
  • tra ottobre e novembre 2011
  • quasi prossimi alla fine lavori
  • la grande festa di inaugurazione il 21 gennaio 2012
  • la benedizione della chiesa oramai pronta
  • Il Vescovo e P.Giulio nel grande giorno

Secondo racconto

 

Dal 2011 al 2012: un anno per raggiungere il traguardo della Chiesa

 

Da tempo andava ripreso il filo del racconto iniziato e che pareva non avesse seguito. Eccolo che all’alba dell’anno 2015, sfruttando i tempi rimasti vuoti dal solito lavoro, trova luce. Intanto voglio ringraziare coloro che dopo la lettura del primo mi hanno dato la gioia di un complimento mandando una mail che qui nel sito è segnalata come info@missionecarita.it.


Eravamo rimasti ad un punto cruciale per riguardo ciò che si era scoperto in Kenia, in quel viaggio famoso di febbraio 2011. La provvidenza ci portava a Mida dove, come si era scritto, c’era una speranza soffocata e che riguardava il desiderio della gente cattolica del villaggio.

La tanto sognata chiesa era ferma alle fondamenta, alla platea, a qualche colonna e a qualche muro. Quando Don Peter, allora parroco missionario di Watamu, ci portò a vedere la situazione era come se ci supplicasse di fare qualcosa per andare avanti, per coronare il sogno.

Chi aveva solidarizzato, tra gli italiani, aveva fatto tutto il possibile e si era a quel punto. Così da marzo 2011, di ritorno dal Kenia nell’ampia cerchia delle mie conoscenze e delle mie amicizie ho parlato di questo stranissimo incontro e di questo luogo rimasto fermo e in attesa di qualcosa che potesse ridare movimento. Personalmente, riflettendo nei giorni successivi a questo viaggio, arrivai come a capire che la Madonna di Kibeo, sulla quale mi ero concentrato ed avevo elaborato di andare ad essa pellegrino, mi avesse attratto all’Africa ed avesse un po’ come facilitato, attraverso questa attrazione il viaggio che era necessario fare per poi raccoglierlo modificato. Sì perché il programma di quella settimana si ebbe a modificare per forza di cose. Ci voleva infatti più tempo per un simile pellegrinaggio in Rwanda. Comunque sia, quel desiderio fu di fondamentale importanza. Se non ci fosse stato, se non fosse stato immesso nel cuore oggi non sarei qui a raccontare quello che posso raccontare.


I miei amici e i miei conoscenti mi videro deciso a dare una mano a quel prete e quindi a quella gente di Mida. A tal punto da impegnarsi da parte loro per poter allargare il cerchio dei possibili benefattori che potessero contribuire a mettere insieme la somma che si era preventivata potesse essere sufficiente. Si fece una scoperta che non si pensava.

A chiunque si proponeva di dare una mano, la nostra proposta veniva come schernita. Infatti, convincere qualcuno a finanziare la costruzione di una chiesa era assai difficile. Disposti magari a dare qualcosa per un orfanatrofio o per un dispensario o per la salute, la nutrizione, la scolarità… Ma una chiesa non ispirava nessuno. Ricordo qualche espressione come : “ Perché non ci pensa il Vaticano con tutti i soldi che ha?”. Un’altra espressione: “ Con tutte le chiese che ci sono, cosa serva farne un’altra”?....

Insomma, pareva facile ma alla fine facile non fu raccogliere quanto poteva essere necessario. Ma qualcuno cominciò a prendersi a cuore l’obiettivo. Così goccia dopo goccia si raccolse qualcosa e a giugno del 2011 era già una buona somma. Mancava ancora tanto, ma già si era abbastanza soddisfatti.

Quando venne Don Peter a farci visita ad Arona e restò da noi una settimana, potevamo consegnargli la somma necessaria per far ripartire il cantiere della chiesa rimasto fermo. Durante l’estate del 2011 nel nostro centro di Arona allestimmo una pagoda e questa servì a catalizzare l’attenzione dei frequentatori del centro. Qui potevano avere informazioni e lasciare offerte.

Alla fine dell’estate ci si trovò con altre somme a disposizione che vennero inviate con Bonifico Bancario alla Diocesi di Malindi a disposizione per la costruzione della chiesa. Questo a settembre. Poi ad ottobre alcuni nostri italiani che si recano a Watamu solitamente per soggiornare tutto l’inverno, portarono altro contributo economico per la Chiesa. Idem ad ottobre e a Novembre.

Ai primi di ottobre del 2011 la Diocesi di Malindi che era vacante, aveva il suo nuovo Vescovo. Arrivò Mons. Emanuel Barbara Maltese. Un frate Cappuccino! Oltretutto da me conosciuto negli anni precedenti e fu una gioia, a Novembre, quando feci il mio viaggio di ricognizione a Mida incontrarmi con Lui.

Trovai anche questa nomina episcopale una vero e sorprendente regalo di Dio. Ci parlammo abbastanza a lungo e ci raccontammo di tutto ciò che aveva portato i miei passi in Kenia ,a Watamu e quindi a Mida. Lui stesso fu molto colpito da questo mio racconto e si mostrò lieto per quello che era stato avviato a sostegno del progetto di una Chiesa per Mida. Ringraziava di cuore per l’attenzione da noi offerta alla speranza della gente del villaggio. I lavori proseguivano così in modo veloce tanto da poter ipotizzare anche l’inaugurazione della Chiesa per il mese di Gennaio 2012.


Così fu. Un discreto numero di persone si portarono in Kenia per la data concordata della inaugurazione E quel 22 gennaio 2012 rimarrà davvero indimenticabile sotto ogni aspetto. Il coronamento del sogno e il concretarsi della speranza che si era rilanciata è la cosa più bella che si potesse vedere in quel giorno in cui la gente del villaggio era felice all’inverosimile.

La festa fu un tripudio. Organizzata in tutto e per tutto alla meglio e di più. Centinaia di bambini, giovani, adulti. Una massa umana da capogiro. Una cerimonia iniziata alle 10 del mattino e finita alle 16 del pomeriggio sotto un sole cocente, e ad una temperatura di 38 gradi. Chi ha partecipato a questo giorno solenne non se lo scorda mai. E’ impossibile dimenticare le emozioni di quel momento. Anche perché nessuno avrebbe scommesso che in un anno potesse essere raggiunto il traguardo.


Conclusa la nostra opera di solidarietà, potevamo mostrarci contenti ed essere perciò in grado di tornare alla normalità della nostra vita attendendo ad altro. Per noi lì finiva quello che avevamo messo in atto per venire incontro a quel sogno che è stato bello condividere e a quella speranza a cui pure noi ci siamo lasciati prendere. Prima di lasciare il villaggio avevamo ancora dato uno sguardo attorno per gustarci ciò che era impregnato di gioia e di felicità. Traspariva tutto questo dal volto della gente che ci manifestava così il suo grazie per l’aiuto donato. Volti di persone che ci erano anche divenute familiari.

Soprattutto i volti dei bambini che forse quel giorno vissero il loro giorno più felice insieme ai loro genitori, e nella partecipazione di tutto il villaggio alla grande festa che la Chiesa aveva suscitato. E si capiva perché quella gente ostinatamente voleva una chiesa. La storia di questo villaggio avrebbe avuto un nuovo inizio con questa opera. Loro del villaggio lo sapevano. Per questo ambivano ad averla. Quel giorno sarebbe iniziata per loro una nuova e marcata storia. E noi eravamo felici di aver contribuito a favorirgliela. Quello per noi dunque era il traguardo raggiunto. Avevamo lasciato un segno della nostra solidarietà e potevamo dirci anche noi felici per come eravamo riusciti ad arrivare a così tanto. Perché non era scontato che ci riuscissimo.


Nei giorni successivi ci si portò a Malindi dal Vescovo per il saluto doveroso e il ringraziamento che ci sentivamo di esprimere dal momento che ci aveva donato fiducia. E fu proprio in questo momento di saluto che il Vescovo ebbe a presentarci una sua richiesta per Mida. Aveva anche lui un sogno e consisteva nell’offrire a quel vasto territorio di Mida che si aggira su una popolazione di circa 60 mila persone, un ospedale. Per cui ci chiedeva se potevamo prenderci a cuore questo sogno. La cosa ci spiazzò. Già per una semplice chiesa ci eravamo davvero spesi tanto. Un Ospedale!?

Abbiamo preso tempo e ci siamo lasciati promettendoci che su questo ci saremmo fatti una ragione . Su due piedi poteva sembrare facile dire di sì, ma i pensieri erano tanti e un po’ tutti tendenti al pessimismo. Nessuno di noi poteva essere pronto per un simile progetto, ma ci eravamo dato tempo per poter avviare una buona riflessione e quindi per determinare da parte nostra quello che sarebbe poi stata la determinazione.


Qui mi fermo con il secondo racconto. E’ meglio infatti tenerci in un terzo racconto quello che si andò a maturare e tutto ciò che successe di conseguenza al ‘sogno ‘ del Vescovo di Malindi. E anticipo soltanto che in alcuni momenti per qualcuno di noi fu un incubo. Ma ve ne parleremo.